lug 17 2010

Groupon. Il gruppo d’acquisto mondiale.

mycitydeal-team

Avevo già descritto il fenomeno dei gruppi d’acquisto online in questo post: Tuangou. La “class action” del risparmio.

La notizia recente è che Groupon, il più importante sito per gli acquisti collettivi degli Stati uniti ha acquistato CityDeal, la società leader europea del settore. Ora il gruppo ha la leadership mondiale con presenze in 20 paesi, oltre 200 città e impiega più di 1.500 persone nel mondo.

Questo è il link al blog italiano di Groupon-CityDeal che annuncia la fusione tra i due gruppi: Da domani chiamateci Groupon Italia!

E questa è la notizia riportata da TechCrunch: Groupon Invades Europe With Acquisition Of Citydeal


giu 24 2010

Comunicare il non profit

NoProfit

Si è svolto ieri a Bologna il primo convegno “Comunicare no pofit” a cui hanno aderito numerose associazioni, fondazioni, onlus e cooperative sociali. Un’importante rappresentanza del cosiddetto Terzo Settore, quell’area dell’economia italiana in cui operano organizzazioni capaci di affiancarsi, e spesso sostituirsi, alle istituzioni in maniera sussidiaria, per realizzare progetti e servizi che interessano la collettività come: attività culturali, sociali e umanitarie, centri di ascolto, assistenza ai malati ed agli anziani, sostegno all’infanzia, promozione sociale, finanziamento alla ricerca medica e scientifica.

Lo scopo del convegno è stato quello di sensibilizzare gli operatori ad utilizzare gli strumenti ed i contenuti della comunicazione in modo professionale, approntando strategie rivolte in particolare ai nuovi media, tenendo conto dei nuovi linguaggi e delle nuove modalità espressive, al fine di dare maggiore visibilità e notorietà alle diverse iniziative e far emergere le specificità di ciascuna organizzazione.

Tra i vari interventi del convegno è stata particolarmente interessante la relazione del professor Stefano Zamagni (Professore ordinario di Economia Politica all’Università di  Bologna e Presidente dell’Agenzia per le Onlus), il quale ha indicato tre “miti” da sfatare nei confronti del mondo “non profit”, per riuscire a liberare le energie necessarie a raggiungere gli obiettivi di comunicazione che ogni associazione deve sapersi dare.

Il primo mito è: “il sociale non paga”. Zamagni sostiene che ci siano risorse, provenienti dal mondo “profit”, che possono essere convenientemente utilizzate per comunicare le attività sociali, ottenendo così un ritorno d’immagine e credibilità per chi investe e aumentando il capitale reputazionale delle aziende che decidono di sostenere l’impresa sociale.

Il secondo mito è: “Le tematiche del sociale non interessano le persone”. Anche questo luogo comune, dice Zamagni, non ha fondamento, i cittadini non seguono con interesse quando le comunicazioni sono prive di tecniche espressive o passano contenuti “strappalacrime”. In realtà è dimostrato che quando la qualità dei messaggi cresce, aumenta anche l’interesse dei cittadini nei confronti delle tematiche sociali.

Il terzo mito dice: “Il comportamento virtuoso ha in sé le capacità per farsi conoscere”. Questo è il punto ritenuto più subdolo, perché nega a priori la possibilità di comunicare il “bene”. Non è vero, dice ancora Zamamgni, che la buona notizia si diffonde da sola, anzi la virtù ha bisogno più del vizio di essere narrata, comunicata, e diventa contagiosa solo nel momento in cui viene raccontata e diffusa.

Per abbattere i tre “miti” la comunicazione sociale ha bisogno di obiettivi strategici che indichino con precisione scopi e risultati attesi dalle azioni comunicative. Per questo occorre che le imprese “non profit” sappiano trovare nuove forme di collaborazione con i luoghi del sapere e della conoscenza insieme ad alleanze strategiche con il mondo delle aziende “profit”, cercando di individuare quegli imprenditori “illuminati o “civili” intelligentemente disposti ad aprirsi a nuove modalità di collaborazione.

Altri spunti interessanti sono venuti dall’intervento di Alberto Contri (Presidente della Fondazione Pubblicità Progresso) il quale ha denunciato la scarsa qualità creativa di gran parte delle campagne di comunicazione sociale realizzate in Italia, spesso poco efficaci o enfaticamente orientate su aspetti scioccanti, mentre è l’ironia il linguaggio che, secondo Contri, può con maggiore incisività polarizzare l’attenzione del pubblico, anche quando si devono raccontare realtà dai contenuti problematici.

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Un altro tema posto dai relatori del convegno è stato quello della competitività tra imprese sociali, una sfida che obbliga a pensare forme di comunicazione alternative ed originali, indirizzate soprattutto ai nuovi media. Quello che manca, ha detto Carlo Romeo (Direttore del Segretariato Sociale della Rai), non sono i canali ma le idee, c’è bisogno di professionisti anche nel mondo del “non profit”, perché volontariato non vuol dire dilettantismo.

Si è inoltre sottolineato come la comunicazione svolga un ruolo strategico anche per il fundraising, strumento che ricopre un ruolo fondamentale nel rendere sostenibili i progetti delle imprese sociali, è quindi sempre più importante investire sulle professionalità capaci di sensibilizzare e ottenere fiducia da parte dei donatori.

Per misurare la capacità del “non profit” di attrarre consenso e fidelizzare il pubblico, nel convegno è stato proposto di utilizzare l’indice di raccolta del 5 x mille, uno strumento di valutazione non analitico ma in grado di fornire una prima classifica del valore attribuito dai cittadini alle imprese sociali italiane. Le più premiate in questa graduatoria sono quelle realtà capaci di costruire relazioni durature con gli stakeholder attraverso i loro modelli organizzativi, ma anche attraverso l’utilizzo professionale dei mezzi di comunicazione.

Ecco l’elenco delle prime venti organizzazioni “non profit” italiane (settore onlus e enti del volontariato) che nel 2008 hanno ottenuto il contributo del 5 x mille (dati diffusi dalla Agenzia delle Entrate aggiornati al 10 febbraio 2010):

01. MEDICI SENZA FRONTIERE 9.201.601,47
02. EMERGENCY 9.111.565,37
03. COMITATO ITALIANO UNICEF 7.654.163,52
04. ASSOCIAZIONE ITALIANA PER LA RICERCA SUL CANCRO 5.972.402,11
05. ASSOCIAZIONE ITALIANA CONTRO LE LEUCEMIE 4.892.048,54
06. ASSOCIAZIONI CRISTIANE LAVORATORI ITALIANI 4.008.272,95
07. FEDERAZIONE NAZIONALE DELLE ASSOCIAZIONI AUSER 3.478.234,07
08. LEGA DEL FILO D’ORO 3.367.441,29
09. FONDAZIONE PIEMONTESE PER LA RICERCA SUL CANCRO 3.019.372,13
10. FONDAZIONE ANT ITALIA 2.759.420,23
11. ASSOCIAZIONE WORLD FAMILY OF RADIO MARIA 2.196.834,00
12. MOVIMENTO CRISTIANO LAVORATORI 1.930.144,01
13. FONDAZIONE DELL’OSPEDALE PEDIATRICO MEYER 1.869.219,50
14. VIDAS 1.797.271,21
15. ASSOCIAZIONE OPERA SAN FRANCESCO PER I POVERI 1.650.843,32
16. FONDAZIONE L’ALBERO DELLA VITA 1.573.954,58
17. ASSOCIAZIONE ITALIANA CELIACHIA 1.559.501,21
18. WWF ITALIA 1.336.551,96
19. ACTIONAID INTERNATIONAL (ITALIA) 1.324.805,81
20. ASSOCIAZIONE MISSIONI DON BOSCO (VALDOCCO) 1.293.482,59

Il Gruppo Atomix, organizzatore del convegno, ha infine presentato in anteprima un nuovo portale per la comunicazione online dedicato al “non profit”, strumento per far conoscere le associazioni, valorizzarne i progetti e sviluppare il fundraising. Sicuramente un’iniziativa interessante considerato che in Italia gli enti impegnati nel sociale sono oltre 220.000.



mag 19 2010

Cresce l’e-commerce in Italia ma l’offerta è ancora debole

logo ecommerce forum

Ieri si è svolta a Milano la quinta edizione dell’e-commerce Forum organizzato da Netcomm (il Consorzio del commercio elettronico in Italia).

Roberto Liscia, presidente di Netcomm, ha presentato in apertura del Forum un’interessante indagine sul comportamento dei consumatori online, realizzata in collaborazione con ContactLab e basata su un campione di 46.000 utenti che hanno risposto ad un questionario web based. Per la numerosità delle risposte raccolte si tratta probabilmente della più importante ricerca sui comportamenti negli acquisti online fatta in Italia.

I primi dati evidenziano che l’87% dei rispondenti compra sulla rete, il 38% dichiara di aver aumentato la sua frequenza di acquisto online e il 35% prevede di spendere di più rispetto al 2009. L’acquisto su internet è diventato ormai una consuetudine per la maggior parte degli utenti: il 50% ha dichiarato di aver effettuato un numero superiore a cinque acquisti in un anno, mentre il 30% ha superato i dieci. Altro dato rilevante è l’allargamento della base degli acquirenti, secondo la ricerca il 24% degli e-buyer ha un’età superiore ai 55 anni.

Indispensabile è considerato l’utilizzo di internet per raccogliere informazioni sui prodotti e sui servizi prima di effettuare gli acquisti, vengono giudicati “molto importanti”, dalla maggioranza degli intervistati, le recensioni online, i siti di comparazione dei prezzi e le informazioni presenti sul sito del merchant.

Singolare invece il dato emerso sulla valutazione dei social network, i quali sono finiti all’ultimo posto per rilevanza tra i canali promozionali, la maggior parte degli utenti li ritiene “poco o per niente importanti”, mentre oltre il 24% degli acquirenti ritiene i social network (blog, forum, twitter, facebook) “per nulla affidabili” nella ricerca di offerte e promozioni per l’acquisto.

Interessante anche l’analisi sul “prezzo” considerato non più una discriminante per la decisione di acquisto, l’utenza è diventata più matura e sofisticata, gli italiani vogliono intensificare la relazione con il venditore, richiedono maggiore trasparenza contrattuale e flessibilità nelle procedure di consegna e di pagamento. Il prezzo, quindi, non è più l’unica leva trainante dello sviluppo dell’e-commerce in quanto non riesce a “convertire” nuovi acquirenti, anche se rimane un fattore importante per gli e-buyer consolidati.

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I dati sulla situazione del comparto e-commerce, monitorati dal lato dell’offerta, sono stati presentati da Alessandro Perego (Docente della School of Management Politecnico di Milano e Responsabile Scientifico dell’Osservatorio B2C Netcomm). I numeri fanno intravedere una ripresa dopo la fase di stagnazione del 2009 in cui si era registrato una calo delle vendita del 2%. Infatti il valore consolidato del primo trimestre 2010 evidenzia un +16% nelle transazioni online, valore che se proiettato sull’intero anno annuncia un giro d’affari che dovrebbe superare i 6,5 miliardi di euro.

La crescita maggiore si è avuta nel comparto “abbigliamento” con un aumento del 51%, seguito da “informatica ed elettronica” +24%, ”turismo” +23%, “editoria e musica” +19%, “assicurazioni” +18% e “grocery” +17%. Crescono conseguentemente gli ordini e cresce anche il valore dello scontrino medio, in particolare nell’area dei “servizi”, dove si è passati da un valore di 226 euro (2009) ai 253 euro previsti per il 2010, mentre rimane stabile il valore dello scontrino medio  per il settore “prodotti” 183 euro.

Le aziende che prevedono un aumento del loro giro d’affari attraverso l’e-commerce sono quasi il 90%, di queste oltre il 35% ritiene che la crescita del proprio business online supererà il 30% dell’attuale valore.

Non mancano le zone d’ombra, in Italia il numero di e-buyers è inferiore alla media europea. Tra il 2004 ed il 2009 in Europa la percentuale di individui che ha acquistato su internet per uso privato è passata dal 22% al 42%. Nei mercati maturi, come i paesi del Nord Europa, dove gli internet users costituiscono oltre il 90% della popolazione, il 65% della popolazione acquista prodotti o servizi on line. Mentre in Italia, seppure l’accesso ad internet tra casa ed ufficio sia ampiamente diffuso, gli e-buyer rappresentano solo il 12% della popolazione.

Le ragioni sono state additate nella mancanza in Italia di un’offerta più ampia e diversificata, che sappia soddisfare le risposte al bisogno in modo creativo, coinvolgendo gli utenti in una user experience gratificante, mentre l’80% del mercato continua ad essere presidiato solo da una trentina di operatori economici, e sono sempre gli stessi.

Le potenzialità di sviluppo del mercato e-commerce in Italia sono enormi, Google ha dichiarato che la ricerca della categoria “shopping” è aumentata negli ultimi quattro anni del 328%. La maturità dello sviluppo tecnologico, la sicurezza dei sistemi di transazione, l’accesso multipiattaforma (in particolare del mobile che in Italia conta oltre 15 milioni di smarphone), concorrono a rendere sempre più naturale il web come strumento per la definizione e la conclusione del processo d’acquisto.

Tocca alle imprese saperne cogliere tutte le opportunità, sapendo che aprire all’e-commerce significa entrare in un mondo fatto di milioni di potenziali clienti, ma per decidere di competere in questo mercato occorre una nuova mentalità web-oriented, una buona capacità di vision ed un maggiore coraggio imprenditoriale.

ContactLab segnala che la ricerca: l’E-Commerce Consumer Behaviour Report 2010 (realizzata da ContactLab e Netcomm) è disponibile online per il download gratuito a questo indirizzo: http://www.contactlab.com/ecommercereport


mag 4 2010

Crisi economica o crisi dell’umano?

Adamo ed Eva

Ci sono aspetti della crisi economica che rimangono silenziosi e non rimbalzano sui media, come la fatica di tante persone che si ritrovano improvvisamente senza lavoro e senza risorse economiche o le difficoltà, non meno pesanti, di tanti imprenditori costretti a chiudere le loro attività per mancanza di commesse o di crediti finanziari.

Recentemente ho riflettuto molto su questo, poiché anche per me si è improvvisamente palesato un periodo di forzato allontanamento dal lavoro, costringendomi in una situazione che, seppure con gli scivoli e le garanzie previste dagli ammortizzatori sociali, incide profondamente sul senso stesso del vivere sia umano, sia professionale.

Nel cercare una spiegazione a questa crisi, mi sono imbattuto in valutazioni di analisti che argomentano le cause del crollo delle economie (e della conseguente crisi dei mercati, degli stati, delle aziende, del lavoro) attraverso sofisticati ragionamenti finanziari, o motivandole con errori di valutazione del sistema: investimenti sbagliati, squilibri economici, inconsapevolezza del rischio, ecc.

Quando le analisi si fermano alla superficie di argomentazioni tecniche, non possono che produrre dei tentativi di correzione del sistema anch’essi determinati dai tecnicismi. In questo campo tutti gli analisti fanno a gara nel proporre le formule risolutive più convincenti: “Un sistema con più regole, più capitale, meno debito, più trasparenza” (Mario Draghi), “Preparare le imprese e i mercati ad una gestione sostenibile del rischio” (Alessandro Profumo), “Estendere le responsabilità del management oltre la semplice creazione del valore” (Gary Hamel) e così via.

Da questi qualificati enunciati derivano poi nuovi modelli di comportamenti dei sistemi economici e finanziari che, secondo i nuovi è più approfonditi studi, dovrebbero risollevare le economie, ma che in realtà stanno costringendo le aziende più deboli a soccombere, lasciando tante persone senza lavoro, numerose famiglie senza reddito e spingendo più in là nel tempo gli effetti di una crisi che appare ancora più profonda di quanto oggi sperimentiamo, come si può facilmente intuire dal grave deficit della Grecia.

Ma allora, se le correzioni del sistema sono insufficienti, è veramente solo una crisi di metodo, cioè di errore di programmazione, quella che stiamo attraversando, o non c’è piuttosto all’origine una crisi dell’umano e quindi di uno smarrimento del significato dell’agire e del vivere?

Da questo punto di vista una delle valutazioni più autorevoli e significative, con un giudizio che va al cuore della vicenda e non si ferma alla terapia dei sintomi (come spesso appare dalle risposte degli esperti di finanza ed economia), l’ho trovata nelle parole di Benedetto XVI che, nella sua stupenda enciclica “Caritas in Veritatae”, così descrive l’attuale condizione di crisi economica:

Lorenzetti

Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali.

(… ) Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori – talora nemmeno i significati – con cui giudicarla e orientarla. La fedeltà all’uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà e della possibilità di uno sviluppo umano integrale.

E per quanto riguarda la responsabilità dell’economia e delle imprese dice:

(…) Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà.

(…) Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti, l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell’uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per se stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale. (…) La sfera economica non  è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente.

(…) Uno dei rischi maggiori (per la vita imprenditoriale) è senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale – mentre – (…) la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento.

Negli ultimi anni si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi.

Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto di breve termine, e non anche la sostenibilità dell’impresa a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale e l’attenzione alla promozione, in modo adeguato ed opportuno”.

Sono solo brevi spunti di riflessione (tratti liberamente da un documento la cui ricchezza e lungimiranza non ha uguali), ma che chiariscono, meglio di tante analisi specialistiche, come l’origine del malessere del sistema non stia nel sistema stesso ma nel cuore e nell’integrità morale di chi questo sistema ha la responsabilità di alimentarlo e governarlo. Come recentemente affermato anche dal Presidente Giorgio Napolitano:

“In questa crisi economica globale sono in gioco grandi scelte e grandi valori. Se guardiamo alle cause della crisi e agli sforzi per superarla, è essenziale il ristabilimento dei valori morali e spirituali, che sono stati completamente assenti dalle determinazioni dei soggetti finanziari ed economici”.

E sul valore dell’impresa e delle persone che in essa lavorano è molto interessante questo passaggio da un recente intervento di Giorgio Vittadini (Fondatore e Presidente della “Fondazione per la Sussidiarietà”):

Van Gogh il seminatore

“Quanto detto sul desiderio di verità, di bellezza e di giustizia che c’è nel cuore dell’uomo è il vero punto da cui nasce un’idea d’impresa moderna: la produzione nasce dall’osservazione della realtà e dalla capacità di trasformarla, attraverso un ingegno creativo, immaginando l’utilità per sé e per chi riceverà il frutto di tale operato. È il concetto di valore d’uso che è all’origine del valore di scambio. Non è cancellato il riferimento al profitto, ma il profitto è un misuratore dell’attività economica, non l’unico scopo. Altrimenti perché uno non dovrebbe vivere di rendita (ammesso che trovi un fondo che sia sicuro…)?

Ne deriva il fatto che l’origine della creazione di valore nell’impresa è la persona, non la risorsa umana, che ne sottolinea un aspetto parziale, quello del rendimento. L’uomo non è “una risorsa”, un uomo è un uomo. François Michelin, quando intervenne al Meeting di Rimini, ci corresse su questo: l’uomo va chiamato “persona”, non “risorsa umana”, cioè va considerato nella sua integralità”.

È proprio questa mancanza di attenzione e rispetto della integralità della persona che spesso apre la strada all’avidità senza scrupoli di chi dovrebbe gestire il potere con responsabilità ed equità (dal piccolo potere dell’ambiente di lavoro al grande potere economico e finanziario) e che conduce poi a soprusi, ingiustizie e violenze, come documentato dalla triste cronaca di questi mesi.

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Non mancano tuttavia segnali di speranza che nascono dalla consapevolezza che “l’attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. Si tratta, in definitiva, di una forma concreta e profonda di democrazia economica. La solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non può essere delegata solo allo Stato”. (Caritas in Veritatæ).

Da questo punto di vista ci sono tentativi di leale impegno solidale tra le persone e le imprese in difficoltà che hanno consentito di trovare strade di risposta alla crisi spesso più faticose, ma non di rado più intelligenti e creative, rispetto a quella certamente più comoda e meno rischiosa degli ammortizzatori sociali. Tentativi, documentati in queste parole di Bernhard Scholz (Presidente della Compagnia delle Opere):

“Viviamo in un tempo dove tutto sembra dominato da un individualismo che cerca sempre più di sfruttare, in modo utilitaristico, il mondo intorno a sé. Quando questo atteggiamento crea frizioni o spaccature, sia nella vita privata che pubblica, si è poi costretti a ricorrere alle regole di una cosiddetta “etica” per contenerne le conseguenze.

Al contempo, però, vediamo che esiste fra noi e in tante persone che incontriamo una tensione positiva a mettersi insieme per affrontare le sfide della vita. Nella crisi, infatti, sono emersi tanti esempi di responsabilità solidale: chi ha reinvestito il suo capitale privato per non licenziare, chi ha portato avanti un’azienda quando poteva anche vendere o chiudere, chi ha creato una collaborazione con altre imprese per affrontare insieme i problemi del mercato e chi ha semplicemente, ma eroicamente, continuato la sua opera lottando giorno dopo giorno con tenacia e creatività per la sua sopravvivenza.

Nonostante la durezza dell’impegno richiesto sono sempre state esperienze positive, di un’umanità più vera, più dignitosa, più piena, anche quando non si è riusciti a trovare una soluzione completa a tutti i problemi presenti”.

Sono piccole luci che illuminano il buio di un mondo in cui “si sognano sistemi talmente perfetti da rendere inutile all’uomo essere buono” (Thomas Eliot, Cori da “La Rocca”). Quei sogni che hanno portato alla crisi dell’economia mondiale, tragico segno di una più profonda crisi dell’umano senso del vivere.



mar 7 2010

Tuangou. La “class action” del risparmio

Manifest Crowd 4

Tuangou” è  un modello per il risparmio negli acquisti al dettaglio che arriva dalla Cina. Sfruttando le potenzialità aggregative della rete, “tuangou” mette insieme un notevole numero di persone interessate ad acquistare lo stesso prodotto, queste portano la loro richiesta d’acquisto ad uno o più rivenditori per cercare di ottenerne lo sconto migliore.

Il fenomeno si è sviluppato non solo grazie alla diffusione della rete, ma anche a causa della crisi economica che sta incidendo profondamente negli stili di vita delle persone, modificandone i comportamenti d’acquisto (per un approfondimento su questo tema rimando al post “Coupon commerce”).

I gruppi d’acquisto “tuangou” in Cina esistono da parecchi anni, un articolo pubblicato dall’Economist nel 2006 racconta di un tranquillo venerdì pomeriggio a Canton (la più grande città costiera del sud della Cina che conta oltre dieci milioni di abitanti ed è la terza città per popolazione e importanza), dove cinquecento acquirenti si sono dati appuntamento all’esterno di un supermercato per la vendita di elettronica di consumo.

La tecnica è quella del “flash mob”, sono arrivati in massa al momento designato e precedentemente concordato online: le quattro del pomeriggio del 16 giugno. Qualche ora dopo ne sono usciti stringendo scatole di prodotti, dopo essersi assicurati sconti dal 10 al 30% su fotocamere, lettori dvd e televisori a schermo piatto.

Sempre in Cina, il fine settimana precedente, oltre cento abitanti della città di Meizhou hanno preso d’assalto un noto rivenditore di mobili per contrattare sui prezzi di cucine, sale da pranzo, salotti, … “È stato fantastico – ha detto un acquirente – abbiamo appena comprato un appartamento e in questo modo possiamo permetterci di arredarlo con le cose più belle a costi vantaggiosi”.

Ovviamente questo sistema consente a tutti di guadagnare qualcosa, i consumatori, il cui risparmio sull’acquisto dei prodotti può arrivare anche al 50%, e il rivenditore che riesce a sviluppare in breve tempo un grande volume d’affari, oltre a promuoversi senza costi, presso un target di clienti che difficilmente sarebbe riuscito a contattare da solo.

Dalla Cina il fenomeno “tuangou” si è allargato agli Stati Uniti con il sito “Groupon“. La caratteristica di questo servizio è quella di “proporre ogni giorno le cose migliori da comprare, mangiare o fare in numerose città degli Stati Uniti”.

http://www.vimeo.com/2112924

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Promettendo alle aziende un numero minimo garantito di clienti, “Groupon” è in grado di offrire  prodotti e servizi a prezzi che non sono disponibili altrove. Il sistema mette insieme rivenditori e acquirenti in un modo divertente e collaborativo, per proporre ai consumatori sconti imbattibili ed alle imprese un gran numero di nuovi clienti.

Dal lancio del portale, nel novembre del 2008, ad oggi, “Groupon” ha raccolto oltre 2.800.000 iscritti, i consumatori hanno risparmiato oltre 17 milioni di dollari e sono stati generati milioni di dollari di fatturato per le imprese che hanno adottato il sistema. Questo è il sito dedicato ai rivenditori: www.grouponworks.com.

Altri competitor di “Groupon” negli Stati Uniti sono:

BuyWithMe

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Woot!

Woot!

Tippr

Tippr

Anche in Europa il fenomeno “tuangou” sta iniziando a diffondersi. Nella maggior parte dei casi il modello prevede che, per gli utenti interessati all’acquisto di un prodotto, vengano richiesti i dati della carta di credito, su questa verrà in seguito addebitato il costo dell’acquisto, ma solo quando il numero dei clienti registrati raggiungerà il termine prefissato dalla promozione.

In Germania il principale operatore per gli acquisti di gruppo online e “CityDeal”, un sito che ha creato sul territorio un circuito di circa trenta località. “CityDeal” ha sostanzialmente clonato il modello “Groupon”, ed ha recentemente ottenuto un finanziamento di quattro milioni di euro, da alcune società di venture capital, allo scopo di potenziare la versione inglese del sito, lanciata nel Regno Unito con il nome di “MyCityDeal” e già operante in una ventina di città.

Mycitydeal

Ecco un altro player interessante presente sul territorio tedesco, si chiama “Heimatpreis”.

Heimatpreis

Mentre in Spagna c’è “Tuangou.es

Tuangoues

In Italia il modello “tuangou” è stato recentemente introdotto da Riccardo Albini, giornalista e imprenditore milanese, già inventore del celebre “Fantacalcio” e artefice del fenomeno “Sudoku” in Italia.

«Si tratta di un’idea nata per caso – racconta Albini in questo articolo del Corriere – navigando in rete. Quando ho scoperto che negli Stati Uniti è stato sviluppato un sito di gruppi d’acquisto che in un solo anno ha registrato due milioni di iscritti, diventando un immediato fenomeno di costume, ho deciso che dovevo realizzare ad ogni costo qualcosa di simile anche in Italia e l’ho chiamato “TuangOn“».

L’obiettivo di “TuangOn” è quello di contrattare direttamente con gli esercenti per avvicinarsi il più possibile a una riduzione del 50% rispetto ai prezzi abituali.

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Ma il sistema di group buying “tuangou” è già minacciato da un nuovo modello di business, si tratta del web service “SyncFu”. È un widget gratuito inglobabile direttamente nel sito del rivenditore finale, permettendogli così di essere direttamente in contatto con i potenziali acquirenti.

SyncFu logo

Il software consente l’acquisto di gruppo attraverso le prenotazioni del prodotto in promozione, queste sono attivate con micropagamenti (in genere qualche dollaro) via cellulare o carta di credito. Le prenotazioni rappresentano una promessa d’acquisto e garantiscono una certa sicurezza ai venditori. La somma è trattenuta dall’operatore di terze parti “Allopass” (leader europeo dei micropagamenti), dotato di una struttura che offre una copertura globale, mentre una percentuale della stessa costituisce il guadagno di “SyncFu”.

SyncFu process

In questo modo il commerciante non deve più pagare le percentuali ai siti d’intermediazione, ha la gestione completa del processo, insieme a tutta la flessibilità nel guidare la vendita del gruppo. Può determinare sia i tempi dell’offerta, sia  i quantitativi minimi o massimi, unitamente  ai prezzi correlati che possono essere liberamente guidati verso il basso man mano che aumenta il numero degli acquirenti.


feb 11 2010

Audiweb: oltre 30 milioni gli italiani online

audiweb-logo

Audiweb pubblica i risultati della Ricerca di Base sulla diffusione dell’online in Italia.

In base al report AW Trends, dichiara di avere un accesso a internet il 64,6% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni, con un incremento del 10,4% rispetto al 2008, e il 51,9% delle famiglie, con un incremento del 13,6% rispetto al 2008

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Il 64,6% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni, 30,863 milioni di italiani, dichiara di avere un accesso a internet da qualsiasi luogo (casa, ufficio, studio, altri luoghi) e attraverso qualsiasi strumento, con un incremento del 10,4% rispetto al 2008 pari a 2,9 milioni di individui in più.

Sono 10,8 milioni le famiglie con accesso a internet da casa tramite qualsiasi device, ovvero il 51,9% delle famiglie italiane con almeno un componente fino a 74 anni (+13,6% rispetto al 2008). Di queste il 69,5% dispone di un collegamento veloce tramite ADSL e senza limiti di tempo (abbonamento flat nel 90,3% dei casi con ADSL o cavo/fibra ottica).

Queste le principali evidenze presentate in AW Trends, il report della Ricerca di Base sulla diffusione dell’online in Italia realizzato da Audiweb in collaborazione con DOXA, che alla sua VI edizione presenta il trend dell’online in Italia tra il 2008 e il 2009 e la sintesi dei risultati cumulati di quattro cicli (dal 09/02/09 al 01/12/09), basati su un campione di rappresentativo della popolazione italiana tra gli 11 e i 74 anni (10.130 interviste complessive).

In base ai dati della Ricerca di Base, si conferma una crescente diffusione di internet in Italia, con una distribuzione abbastanza simile sul territorio - a eccezione dell’area Sud e le Isole che presenta una percentuale di individui più bassa (58,4%) rispetto alle aree Centro (69,6%), Nord-Est (67,4%) e Nord-Ovest (67,4%) -, un’elevata concentrazione nelle differenti fasce d’età e un’importante espansione della base degli utilizzatori, soprattutto nell’utilizzo individuale e domestico del mezzo, guidata anche da una forte crescita delle nuove forme di connessione in mobilità.

L’accesso a internet da qualsiasi luogo e strumento è disponibile per il 68,2% degli uomini e il 61,2% delle donne, in particolare tra i giovani di 11-17 anni (82,7%), 18-34 anni (78,9%) e tra i 35 e i 54 anni (71,9%). Gran parte degli Italiani con accesso alla Rete risponde a un profilo medioalto: imprenditori e liberi professionisti (93,7%), dirigenti, quadri e docenti universitari (92,1%), impiegati e insegnanti (91%), laureati (93,2%) e, più di tutti, gli studenti universitari (98,5% dei casi) .

Entrando nel dettaglio dei differenti luoghi di fruizione, l’accesso da casa tramite computer è indicato da 27,2 milioni di Italiani, il 57,1% della popolazione, con un trend in crescita costante in tutto il 2009 che registra il 15,1% in più rispetto al 2008. L’accesso a internet da “altri luoghi”, quali biblioteche e internet point, presenta una crescita del 6,5% rispetto al 2008, toccando il 4,9% della popolazione.

La disponibilità di accesso da luogo di studio come scuole e università è presente nel 7,3% della popolazione, registrando un calo del 12% rispetto al 2008. L’accesso da luogo di lavoro e ufficio è indicato dal 38,2% degli Italiani occupati con una variazione percentuale del -4,7% rispetto al 2008. Più in dettaglio, gli occupati che accedono a internet da lavoro o ufficio hanno più di 54 anni nel 40,1% dei casi, 35-54 anni nel 38,4% dei casi o 17-34 anni nel 37,2%. Più donne (40,4%) che uomini (36,8%) e un profilo decisamente elevato: il 69,1% dei laureati occupati, il 78,2% dei dirigenti, quadri o docenti universitari e il 68,6% degli imprenditori e liberi professionisti.

Cresce molto la disponibilità di accesso alla Rete da dispositivi mobili – cellulare, smartphone e PDA – che riguarda il 9% della popolazione italiana tra gli 11 e i 74 anni, con un incremento del 47,5%. La maggior parte dei possessori di cellulare con accesso a internet usufruisce dei servizi di telefonia mobile da oltre 3 anni (90,8%), usa una scheda prepagata o ricaricabile (84,2%) spendendo mensilmente fino a 30 euro nel 71,1% dei casi.

Dall’analisi sulle motivazioni relative all’uso uso di internet, emerge che la Rete rappresenta soprattutto una fonte di conoscenza, uno strumento che semplifica e velocizza attività di lavoro, studio o relative a pratiche di vario tipo e attraverso cui gestire le proprie relazioni e divertirsi nel tempo libero.
Ci si collega alla Rete perché
è possibile trovare qualsiasi tipo di informazione (47,2%), accedere velocemente ai servizi pubblici e privati a distanza (29,5%), trovare cose disponibili solo sul Web (26,2%), essere informati in tempo reale su notizie di cronaca (20,8%), mettersi in contatto con molte persone in qualsiasi parte del mondo (20,2%).
Per i navigatori occasionali (coloro che non hanno navigato negli ultimi 7 giorni), l’accesso a internet sarebbe più frequente soprattutto se costasse meno (29,1%), se fosse più veloce (18,4%) o se fosse possibile collegarsi dal telefonino senza spendere troppo (10,6%).

Il report AW Trends è disponibile sul sito www.audiweb.it.


feb 4 2010

I consumatori sono multicanale. Le aziende non ancora

Osservatorio Multicanalità

“I consumatori multicanale in Italia aumentano ancora e raggiungono quota 20,4 milioni (pari al 40% della popolazione italiana): diffusione e evoluzione della tecnologica tra i principali motori della crescita, mentre mobile e nuovi media per gli italiani sono fenomeni che prendono piede molto rapidamente. Il passaparola sempre più come leva aggiuntiva di marketing, il web come luogo dove sempre di più si prendono le informazioni prima di decidere un acquisto. Le aziende cercano di stare al passo, ma la strada da fare è ancora lunga: sono target che vanno mirati con messaggi specifici e con un linguaggio diverso”.

È quanto emerge dalla ricerca 2009 “Multicanalità: Orgoglio o Pregiudizio?” presentata oggi a Milano dalla School of Management del Politecnico di Milano che, insieme a Nielsen e Connexia, conduce l’”Osservatorio sulla Multicanalità”, quest’anno giunto alla sua terza edizione.

L’Osservatorio, attraverso una nuova segmentazione della popolazione italiana, ha individuato due tipologie di consumatori i “Reloaded” (consumatori multicanale fortemente coinvolti nei processi di relazione con le aziende) e gli “Open minded” (consumatori fortemente aperti all’innovazione) fortemente in crescita nel corso del 2009.

La ricerca ha infatti evidenziato una migrazione di circa 4 milioni di persone verso questi due segmenti: gli “Open Minded” crescono del +4% rispetto al 2009 raggiungendo quota 11,8 milioni (pari al 23% della popolazione italiana) mentre i “Reloaded” crescono del +19% raggiungendo quota 8,6 milioni (pari al 17% della popolazione italiana).

Si tratta di persone che hanno una forte propensione ad utilizzare internet e il mobile per restare in contatto con il proprio network di relazioni e come canali informativi per i loro consumi (la ricerca tuttavia sottolinea che i due gruppi hanno tra loro diversità non solo nelle dinamiche sociali ma anche per attitudini e processi di acquisto).

Per quanto riguarda le aziende si registra una percezione molto elevata dell’importanza della multicanalità nell’ambito delle strategie aziendali e dell’impatto che questa potrà portare su tutte le performance aziendali: l’86% del campione intervistato ritiene che la multicanalità sarà rilevante per la propria azienda nei prossimi tre anni.

In realtà si tratta di dichiarazioni d’intenti che ad oggi hanno rari riscontri reali nei comportamenti  e nelle strategie di comunicazione delle aziende. Il divario tra consumatori e aziende è ancora molto ampio, la sfida starà nel trovare e definire approcci strategici di lungo periodo che pongano il consumatore al centro della vita di tutta l’impresa.

A questo proposito riprendo da un precedente post una citazione di Simon Clift (Chief Marketing Officer di Unilever): “We may be ahead of some of our competitors, but we’re most definitely behind consumers” (noi possiamo anche essere avanti rispetto ad alcuni dei nostri concorrenti, ma siamo sicuramente indietro rispetto ai nostri clienti).

La mentalità aziendale è ancora lontana dal “pensiero multicanale”.

Da questa pagina è possibile scaricare le presentazioni del convegno.


feb 1 2010

La crisi aiuta l’e-commerce

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Buone notizie per l’e-commerce: nel 2009 le vendite su internet in Europa sono cresciute del 22% e, secondo una ricerca commissionata dalla società specialista in comparazioni “Kelkoo e realizzata dalla britannica “Centre for Retail Research” in dodici Paesi, quest’anno dovrebbe crescere di un altro 20%.

Malgrado la crisi il fatturato del commercio elettronico in Europa si è attestato lo scorso anno a 143,7 miliardi di euro (era di appena 44,7 miliardi nel 2003), il 4,7% delle vendite al dettaglio. Maglie nere nella classifica di diffusione del commercio online sono Italia e Spagna.

La recessione, secondo la ricerca, ha contribuito all’aumento del commercio elettronico perché ha spinto i consumatori a cercare i prezzi più convenienti proprio nel web. In Francia le vendite sono balzate del 33% a 24,7 miliardi, in Gran Bretagna sono salite a 42,7 miliardi e in Germania a 33,4 miliardi.

Dall’indagine, il peso di questi tre Paesi, che nel 2009 hanno rappresentato il 70% dell’e-commerce europeo, nel 2010 sembra destinato a consolidarsi: il settore dovrebbe crescere del 31,4% in Francia, del 12,4% in Gran Bretagna e del 17,2% in Germania. Nell’intera Europa, l’e-commerce dovrebbe aumentare del 19,6% a fronte del più modesto +1,4% atteso per le vendite al dettaglio nel loro complesso.

Mentre l’e-commerce rappresenta il 9,5% delle vendite in Gran Bretagna, il 6,9% in Germania e il 4,9% in Francia, in Spagna questa percentuale si abbassa all’1% e in Italia addirittura allo 0,8%.

I motivi? Secondo quanto emerge dalla ricerca, in questi ultimi due Paesi mancano sia un sistema di consegna rapido ed efficace sia la cultura della vendita a distanza.

Le enormi differenze di dimensione e di crescita del commercio elettronico sono anche spiegate con il tasso di collegamento alla rete: se in media il 64% delle case europee è collegato al web (52,3% a banda larga), l’Olanda e molti paesi nordici guidano questa classifica con l’80%, la Germania e la Gran Bretagna rispettivamente con il 75% e il 71%, la Francia con il 62%. Italia, Polonia e Spagna sono in ritardo con tassi che vanno dal 47 al 51%.

[Fonte: Fastweb Redazione]


gen 28 2010

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gen 27 2010

Giorno della Memoria

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