
Ci sono aspetti della crisi economica che rimangono silenziosi e non rimbalzano sui media, come la fatica di tante persone che si ritrovano improvvisamente senza lavoro e senza risorse economiche o le difficoltà, non meno pesanti, di tanti imprenditori costretti a chiudere le loro attività per mancanza di commesse o di crediti finanziari.
Recentemente ho riflettuto molto su questo, poiché anche per me si è improvvisamente palesato un periodo di forzato allontanamento dal lavoro, costringendomi in una situazione che, seppure con gli scivoli e le garanzie previste dagli ammortizzatori sociali, incide profondamente sul senso stesso del vivere sia umano, sia professionale.
Nel cercare una spiegazione a questa crisi, mi sono imbattuto in valutazioni di analisti che argomentano le cause del crollo delle economie (e della conseguente crisi dei mercati, degli stati, delle aziende, del lavoro) attraverso sofisticati ragionamenti finanziari, o motivandole con errori di valutazione del sistema: investimenti sbagliati, squilibri economici, inconsapevolezza del rischio, ecc.
Quando le analisi si fermano alla superficie di argomentazioni tecniche, non possono che produrre dei tentativi di correzione del sistema anch’essi determinati dai tecnicismi. In questo campo tutti gli analisti fanno a gara nel proporre le formule risolutive più convincenti: “Un sistema con più regole, più capitale, meno debito, più trasparenza” (Mario Draghi), “Preparare le imprese e i mercati ad una gestione sostenibile del rischio” (Alessandro Profumo), “Estendere le responsabilità del management oltre la semplice creazione del valore” (Gary Hamel) e così via.
Da questi qualificati enunciati derivano poi nuovi modelli di comportamenti dei sistemi economici e finanziari che, secondo i nuovi è più approfonditi studi, dovrebbero risollevare le economie, ma che in realtà stanno costringendo le aziende più deboli a soccombere, lasciando tante persone senza lavoro, numerose famiglie senza reddito e spingendo più in là nel tempo gli effetti di una crisi che appare ancora più profonda di quanto oggi sperimentiamo, come si può facilmente intuire dal grave deficit della Grecia.
Ma allora, se le correzioni del sistema sono insufficienti, è veramente solo una crisi di metodo, cioè di errore di programmazione, quella che stiamo attraversando, o non c’è piuttosto all’origine una crisi dell’umano e quindi di uno smarrimento del significato dell’agire e del vivere?
Da questo punto di vista una delle valutazioni più autorevoli e significative, con un giudizio che va al cuore della vicenda e non si ferma alla terapia dei sintomi (come spesso appare dalle risposte degli esperti di finanza ed economia), l’ho trovata nelle parole di Benedetto XVI che, nella sua stupenda enciclica “Caritas in Veritatae”, così descrive l’attuale condizione di crisi economica:

“ Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali.
(… ) Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori – talora nemmeno i significati – con cui giudicarla e orientarla. La fedeltà all’uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà e della possibilità di uno sviluppo umano integrale.
E per quanto riguarda la responsabilità dell’economia e delle imprese dice:
(…) Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà.
(…) Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti, l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell’uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per se stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale. (…) La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente.
(…) Uno dei rischi maggiori (per la vita imprenditoriale) è senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale – mentre – (…) la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento.
Negli ultimi anni si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi.
Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto di breve termine, e non anche la sostenibilità dell’impresa a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale e l’attenzione alla promozione, in modo adeguato ed opportuno”.
Sono solo brevi spunti di riflessione (tratti liberamente da un documento la cui ricchezza e lungimiranza non ha uguali), ma che chiariscono, meglio di tante analisi specialistiche, come l’origine del malessere del sistema non stia nel sistema stesso ma nel cuore e nell’integrità morale di chi questo sistema ha la responsabilità di alimentarlo e governarlo. Come recentemente affermato anche dal Presidente Giorgio Napolitano:
“In questa crisi economica globale sono in gioco grandi scelte e grandi valori. Se guardiamo alle cause della crisi e agli sforzi per superarla, è essenziale il ristabilimento dei valori morali e spirituali, che sono stati completamente assenti dalle determinazioni dei soggetti finanziari ed economici”.
E sul valore dell’impresa e delle persone che in essa lavorano è molto interessante questo passaggio da un recente intervento di Giorgio Vittadini (Fondatore e Presidente della “Fondazione per la Sussidiarietà”):

“Quanto detto sul desiderio di verità, di bellezza e di giustizia che c’è nel cuore dell’uomo è il vero punto da cui nasce un’idea d’impresa moderna: la produzione nasce dall’osservazione della realtà e dalla capacità di trasformarla, attraverso un ingegno creativo, immaginando l’utilità per sé e per chi riceverà il frutto di tale operato. È il concetto di valore d’uso che è all’origine del valore di scambio. Non è cancellato il riferimento al profitto, ma il profitto è un misuratore dell’attività economica, non l’unico scopo. Altrimenti perché uno non dovrebbe vivere di rendita (ammesso che trovi un fondo che sia sicuro…)?
Ne deriva il fatto che l’origine della creazione di valore nell’impresa è la persona, non la risorsa umana, che ne sottolinea un aspetto parziale, quello del rendimento. L’uomo non è “una risorsa”, un uomo è un uomo. François Michelin, quando intervenne al Meeting di Rimini, ci corresse su questo: l’uomo va chiamato “persona”, non “risorsa umana”, cioè va considerato nella sua integralità”.
È proprio questa mancanza di attenzione e rispetto della integralità della persona che spesso apre la strada all’avidità senza scrupoli di chi dovrebbe gestire il potere con responsabilità ed equità (dal piccolo potere dell’ambiente di lavoro al grande potere economico e finanziario) e che conduce poi a soprusi, ingiustizie e violenze, come documentato dalla triste cronaca di questi mesi.

Non mancano tuttavia segnali di speranza che nascono dalla consapevolezza che “l’attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. Si tratta, in definitiva, di una forma concreta e profonda di democrazia economica. La solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non può essere delegata solo allo Stato”. (Caritas in Veritatæ).
Da questo punto di vista ci sono tentativi di leale impegno solidale tra le persone e le imprese in difficoltà che hanno consentito di trovare strade di risposta alla crisi spesso più faticose, ma non di rado più intelligenti e creative, rispetto a quella certamente più comoda e meno rischiosa degli ammortizzatori sociali. Tentativi, documentati in queste parole di Bernhard Scholz (Presidente della Compagnia delle Opere):
“Viviamo in un tempo dove tutto sembra dominato da un individualismo che cerca sempre più di sfruttare, in modo utilitaristico, il mondo intorno a sé. Quando questo atteggiamento crea frizioni o spaccature, sia nella vita privata che pubblica, si è poi costretti a ricorrere alle regole di una cosiddetta “etica” per contenerne le conseguenze.
Al contempo, però, vediamo che esiste fra noi e in tante persone che incontriamo una tensione positiva a mettersi insieme per affrontare le sfide della vita. Nella crisi, infatti, sono emersi tanti esempi di responsabilità solidale: chi ha reinvestito il suo capitale privato per non licenziare, chi ha portato avanti un’azienda quando poteva anche vendere o chiudere, chi ha creato una collaborazione con altre imprese per affrontare insieme i problemi del mercato e chi ha semplicemente, ma eroicamente, continuato la sua opera lottando giorno dopo giorno con tenacia e creatività per la sua sopravvivenza.
Nonostante la durezza dell’impegno richiesto sono sempre state esperienze positive, di un’umanità più vera, più dignitosa, più piena, anche quando non si è riusciti a trovare una soluzione completa a tutti i problemi presenti”.
Sono piccole luci che illuminano il buio di un mondo in cui “si sognano sistemi talmente perfetti da rendere inutile all’uomo essere buono” (Thomas Eliot, Cori da “La Rocca”). Quei sogni che hanno portato alla crisi dell’economia mondiale, tragico segno di una più profonda crisi dell’umano senso del vivere.
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